
Lavorare con la parola nel teatro e nel cinema
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Trasferirsi a Roma per fare l’attore sembra l’unica opzione possibile, in Italia. Se non ti trasferisci a Roma, non lavori. Non esisti. Non fai parte del giro. Tutto ruota intorno a quella città: i provini, i registi, i produttori, le agenzie, le scuole che “contano”, i teatri “giusti”, i contatti “importanti”. Ma io, che a Roma ci ho vissuto e lavorato, lo dico con chiarezza: non è tutto oro. Spesso è solo fatica.
Roma non è Hollywood. Non è Los Angeles. Là esiste un’industria enorme, piena di difetti ma anche con un minimo spazio per il merito, per la novità, per il caso. In Italia invece no. Qui si lavora solo se ti presenta qualcuno. Non importa quanto sei preparato, quanto hai studiato, quanto ami questo mestiere: contano le relazioni. Il giro. Il nome giusto. Il volto riconoscibile.
E se lo dici, sei uno che si lamenta. Uno che “rosica”. Uno che non ha retto. Ma in realtà il problema è un altro: l’ambiente è saturo, chiuso, asfittico. I registi sono sempre gli stessi. Le storie anche. I casting director sembrano piccoli capi di stato. Gli agenti, a parte pochi coraggiosi, sono spesso più interessati a mantenere equilibri che a far crescere i propri attori.
Inoltre, oggi pare che per lavorare tu debba entrare nel salotto giusto. Salire sulla terrazza romana “che conta”, col bicchiere in mano. Essere lì, vestito bene, con il sorriso giusto, a dire “quanto sei bravo tu” e sperare che qualcuno ti guardi, ti noti, ti inviti. Ma io, se vado a una festa, ci voglio andare perché mi va. Non per fare il burattino. Non per farmi vedere. Io voglio lavorare, non essere messa in vetrina.
Chi decide chi conta
E se sei donna, tutto è ancora più complicato. In Italia un’attrice deve essere bella. Deve essere perfetta. Deve piacere. Il talento, certo, ma solo se non disturba. Se è ben pettinato. Se sta bene in foto. Come se dovessimo essere tutte pronte per una copertina, invece che per un ruolo. Ma un’attrice non è una statuina da esporre. È un corpo vivo, una voce, una verità. E invece ti senti dire, direttamente o indirettamente: “Se non hai certi tratti, certe curve, certi anni, certe conoscenze… lascia stare”.
A questo punto, io ripenso a Federico Fellini. Lui gli attori li sceglieva da solo. Li guardava negli occhi. Cercava facce vere, storie scritte nei lineamenti, nei corpi, negli sguardi. Non delegava tutto a un casting director con un foglio Excel in mano. Non chiedeva il via libera dell’agenzia di turno. Fellini cercava umanità. E la trovava.
Oggi invece, chi non corrisponde al modello viene escluso. E nel frattempo, gli attori non vivono più. Si consumano. Si chiudono. Si affaticano in un’esistenza fatta di provini non pagati, chiamate che non arrivano, ruoli che passano sempre agli stessi. Così finisce che non senti più niente. Non hai più nulla da dire.
Ma come si può fare l’attore se non si vive più? Un attore porta in scena il proprio sguardo sul mondo. E se il mondo che vedi è fatto solo di rincorse, presenzialismo e strategie, che cosa porti in scena? Il vuoto.
L’età, il corpo, l’esclusione
Fino a quando sei giovane, ancora ancora. Hai una speranza, un’energia, qualcuno che ti dice: “Dai, sei all’inizio, insisti”. Ma passati i 35 anni, soprattutto se non ti sei trasferito a Roma per fare l’attore e non frequenti il jet set cinematografico romano, sembra che tu abbia perso il treno.
I bandi, i workshop, le borse, i concorsi: tutto è riservato agli under 35. Ma perché? Dopo i 35 anni che succede? Un attore si guasta? Un’attrice scade, come lo yogurt? Chi ha deciso che a 36 anni uno debba smettere di formarsi, di crescere, di lavorare? Io, quando lavoravo in televisione, mi sono sentita dire che una donna sopra i 30 anni non regge più il primo piano. Ma anche no. Ma perché? Chi le decide queste regole non scritte? Chi le impone, e perché tutti le accettano?
E allora cosa resta? Le pubblicità. Perché lì, in fondo, non importa davvero chi sei. Basta che sorridi. E tutto il resto — teatro, cinema, formazione vera — sembra diventare invisibile. Ma un attore non è una persona giovane. È una persona viva. E la vita non scade a trentacinque anni. Smettiamola con questa menzogna collettiva. Smettiamola di trattare l’età come un difetto. Perché se la cultura è questa, allora siamo noi, come Paese, a essere fuori tempo massimo.
Chi ci aiuta davvero?
Ce lo chiediamo da anni. Ce lo chiediamo ogni mattina, quando cerchiamo un appiglio per continuare. Si dice che bisogna resistere, costruire altrove, “fare da sé”. Ma con che mezzi? Con quali risorse? Con che sostegno?
Chi è che dovrebbe aiutare questa generazione di attori, attrici, artisti? Gli agenti? Troppo spesso immobili. I produttori? Sempre gli stessi, sempre chiusi nei propri giri. I casting director? Alcuni si comportano come se il talento non esistesse se non ha pedigree. E lo Stato? L’industria culturale? Le scuole? Le fondazioni?
Nessuno ci aiuta. Non ci aiuta nessuno. Ci guardano. Ci giudicano. Ma non ci ascoltano. E intanto passano gli anni. E chi non rientra nei canoni, nel circuito, nei numeri, si perde. O rinuncia. O si piega. E tu ti trovi a lottare non per emergere, ma solo per restare in piedi.
No, non è vero che possiamo “fare rete” da soli. Non è vero che basta volerlo. Senza sostegno, senza ascolto, senza coraggio da parte di chi ha potere, resta solo la frustrazione. Resta l’illusione che basti continuare a crederci, quando nessuno crede in te.
Non servono frasi ispirazionali. Servono alleati veri. Servono produttori che scommettano. Servono agenti che si espongano. Servono registi che scelgano per visione, non per quieto vivere. Servono spazi. Servono soldi. Servono scelte. Serve coraggio.
Trasferirsi a Roma per fare l’attore? No. Non più. E chi lo fa, lo sa. Ma chi ci dovrebbe aiutare, dov’è?
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