
Carmelo Bene e il cinema visionario: Salomé e Hommelette for Hamlet
Febbraio 3, 2025
Recitazione autentica: come trasformare la tecnica in emozione
Marzo 3, 2025Psicologia dell’attore: Il Mio Viaggio nella Recitazione
Ho sempre creduto che il teatro fosse un luogo magico, dove la recitazione potesse diventare una chiave per conoscersi meglio e raccontare storie potenti. Eppure, la mia esperienza personale mi ha mostrato anche il lato più duro di questo mestiere. È facile pensare che interpretare un personaggio significativo solo “fingere” o “giocare”, ma ho scoperto sulla mia pelle quanto possa essere violento, a livello emotivo, calarsi in determinate situazioni.
Quando l’Io e il Personaggio si Scontrano
Nel corso degli anni ho capito che, per sostenere certi ruoli, occorre un Io davvero forte. Se l’ attore non possiede una struttura interna ben solida, rischiando di confondere la propria psiche con quella del personaggio , caricandosi di emozioni e sensazioni che non gli appartengono.
L’illusione del “teatro-terapia”
Mi è capitato spesso di incontrare persone convinte che la recitazione sia una terapia miracolosa per superare timidezze o blocchi emotivi. Certo, lavorare sul palco può aiutare a sviluppare autostima e sciogliere certe inibizioni, ma non è un vero sostituto di un percorso di analisi o di un’altra forma di supporto psicologico. Anzi, se si affrontano temi estremamente drammatici o violenti, la recitazione può diventare un fattore scatenante di ulteriori disagi.
Perché serve tanta forza psichica
Ho imparato a mie spese che interpretare ruoli estremi non è solo un esercizio stilistico: occorre potersi “lasciare andare” alle richieste del personaggio senza rimanere intrappolati nelle sue emozioni. È come se dovessi mantenere un piccolo angolo di lucidità, un testimone interiore che mi ricorda: “Io sono io, questo è soltanto un ruolo”. Senza questa consapevolezza, rientrare nella vita di tutti i giorni può diventare molto difficile.
Il Mio Esempio da “Il cerchio di gesso del Caucaso” di Brecht
Uno dei momenti più forti che ho vissuto sul palco risale a quando interpretavo un militare crudele ne Il cerchio di gesso del Caucaso di Bertolt Brecht. Dovevo arrivare addirittura a minacciare di uccidere un bambino (in scena c’era un bambolotto, ma per me diventava reale).
- Il senso di disorientamento
Ricordo ancora il brivido che ho sentito quando, per la prima volta, mi sono trovata davvero dentro quella situazione. Calarmi nei panni di un personaggio tanto violento mi ha mostrato un lato oscuro che non pensavo di avere. Mentre agitavo il bambolotto per aria, in preda a un delirio di onnipotenza, mi sono chiesta: “Ma… io sarei capace di fare questo nella realtà?”. È stata una domanda che mi ha turbata profondamente, obbligandomi a interrogarmi su me stessa. - Imparare a separare realtà e finzione
Ho dovuto elaborare quell’esperienza anche fuori dalle prove teatrali , perfino con l’aiuto di un’analista. Sentivo di aver violato un mio principio sacrosanto – l’orrore verso la violenza sui più deboli – eppure, come attrice , dovevo rendere credibile l’aggressività di quel personaggio . È stato un percorso doloroso ma prezioso, che mi ha insegnato quanto sia importante avere un Io ben radicato per uscire “indenne” dalle situazioni estreme vissute sul palco.
L’Inferno Finale di “Romeo e Giulietta” di Shakespeare
Un’altra esperienza memorabile – e faticosa – l’ho vissuta affrontando il celebre finale di Romeo e Giulietta . Dopo una morte apparente di quarant’ore, Giulietta si risveglia in un sepolcro, circondata da cadaveri e dall’odore della decomposizione. Immaginare il freddo del marmo, la rigidità muscolare e la vista di Romeo ormai morto è davvero un viaggio nell’orrore.
- La discesa agli inferi emotiva
Ogni volta che interpretavo quella scena, mi sentivo scendere in una sorta di abisso di disperazione, e dovevo affrontare il suicidio del personaggio . Passavo dalla speranza (di ritrovare vivo Romeo) all’orrore (la sua morte), e infine alla scelta tragica di farla finita. È una spirale emotiva che lascia stremati e chiede un grande lavoro di recupero “post-spettacolo”. - Perché serve una guida registica
Se non avessi avuto un regista attento e un lavoro di squadra con i colleghi, sarebbe stato facilissimo farmi travolgere dal dolore di Giulietta, e portarlo anche fuori dal teatro . Per fortuna, ho potuto contare su chi mi ricordava la distinzione tra me e il personaggio , proteggendomi e proteggendomi a ritrovare il mio equilibrio.
Sarah Kane e la drammaturgia del dolore estremo
Tra gli autori che più mi hanno colpito c’è Sarah Kane, soprattutto con il suo ultimo testo, “4.48 Psychosis”. Lei stessa fu ricoverata in ospedale a causa della depressione, e in quelle pagine si sente un vero e proprio “vomito” di disperazione.
- Teatro o sfogo personale?
Spesso mi sono chiesta se “4.48 Psychosis” sia effettivamente teatro o soltanto un grido d’aiuto trasformato in testo drammaturgico. Resta il fatto che recitare quelle parole mette a dura prova la psiche di qualsiasi attore. Non ci sono personaggi “tradizionali”: c’è solo un’anima lacerata che esprime il proprio dolore senza filtri. - Il fascino per i giovani
In anni di insegnamento ho notato che molti allieve e allievi si sentono magneticamente attratti da questo tipo di dolore. Forse lo riconoscono come qualcosa di “autentico” e totale. Ma ho visto anche tanti ragazzi spaventarsi e abbandonare il testo in lacrime, incapaci di gestire la potenza emotiva contenuta nelle parole di Sarah Kane. Servire davvero un Io strutturato per immergersi in un simile abisso e poi risalire in superficie.
Il Processo Creativo tra Apollineo e Dionisiaco
Ogni volta che inizio le prove teatrali, vivo una doppia tensione: da un lato, la parte “apollinea” fatta di letture, metodo, disciplina; dall’altro, la parte “dionisiaca”, irrazionale, che si nutre di improvvisazioni, reazioni al pubblico, momenti di pura ispirazione. È un continuo equilibrio tra controllo e istinto, tra la “testa” e l’energia emotiva che irrompe una sorpresa.
- Preparazione e studio
Leggo e rileggo il testo, cerco riferimenti storici, musicali, letterari. Spesso mi capita di sperimentare momenti di esaltazione, quando sento che il personaggio è “mio”. Altre volte, invece, fatico ad allinearmi alla regia o entro in conflitto con i colleghi. - Il ruolo del regista
Un bravo regista sa indirizzare la mia carica emotiva, incanalandola senza soffocarla. È una guida fondamentale, perché agisce come un “filtro” tra la mia sensibilità e le esigenze dello spettacolo.
Scene di Sesso e Altre Situazioni Estreme
Mi è capitato anche di girare una scena di sesso in un lungometraggio indipendente: un’esperienza che, ancora oggi, ricordo con una punta di disagio. Il personaggio richiedeva di mostrare intimità con un collega quasi sconosciuto e io volevo apparire “professionale”, senza debolezze. Ma in realtà, dentro, ero agitata e provavo un forte imbarazzo.
- L’importanza di comunicare
Se potessi tornare indietro, parlerei apertamente con il regista dei miei timori, invece di ostentare sicurezza. Credo che riconoscere i propri limiti e le proprie fragilità non sia un segno di debolezza, ma di maturità e rispetto per la psiche di ciascuno. - Essere o non essere il personaggio
Anche in questo caso, diventa fondamentale ricordarsi che esiste una differenza tra me e il ruolo che interpreta. È vero che la recitazione passa attraverso il mio corpo, ma non posso permettere che quella finzione diventi confusione.
Conclusioni: Il Teatro come Atto di Coraggio e Consapevolezza
Oggi, dopo tante esperienze, sono sempre più convinta che la recitazione sia un cammino che richiede coraggio, tecnica e – soprattutto – un’attenzione profonda alla propria psiche. L’ attore non può concedersi il lusso di essere naif, perché i personaggi non sono solo “maschere” da indossare: portano con sé emozioni, conflitti e sfide che vanno accolte e gestite con rispetto.
- Proteggere il proprio Io
Uno dei segreti per evitare che il personaggio “debordi” nella vita quotidiana è mantenere un forte senso di chi siamo. A volte, questo può richiedere un aiuto esterno (un terapista, un coach) o un confronto serio con la produzione e il regista. - Conoscere i propri limiti
Non esiste una regola aurea per stabilire quale ruolo sia “troppo” per noi, ma è fondamentale imparare ad ascoltare i segnali del nostro corpo e della nostra mente. Se la disperazione di un testo come “4.48 Psychosis” ci fa troppo male, forse non è il momento giusto per affrontarlo. - Godere della creazione artistica
Nonostante i rischi, resto convinta che il teatro sia uno dei luoghi più affascinanti e profondi per esplorare l’umano, perché mette in luce tanto la nostra ombra quanto la nostra luce. E, quando recito con consapevolezza, sento che la creazione artistica diventa realmente un atto di libertà.
Se ti è piaciuto questo articolo puoi seguirmi sul mio profilo personale di Instagram.
È vietata la copia e la pubblicazione, anche parziale, del materiale su altri siti internet e/o su qualunque altro mezzo se non a fronte di esplicita autorizzazione concessa da Puja Devi e con citazione esplicita della fonte (www.pujadevi.com). È consentita la riproduzione solo parziale su forum, pagine o blog solo se accompagnata da link all’originale della fonte. È altresì vietato utilizzare i materiali presenti nel sito per scopi commerciali di qualunque tipo. Legge 633 del 22 Aprile 1941 e successive modifiche.
Richiedi un primo contatto





