
Il teatro non è terapia
Luglio 21, 2025
EneActua Enneagramma in Azione
Agosto 15, 2025Conoscere Shakespeare è essenziale per chiunque voglia diventare attore. È come voler suonare il violino senza mai aver ascoltato Bach: si può anche tentare, ma mancherà sempre qualcosa. E non parliamo solo di teatro, ma anche di cinema, formazione, immaginazione, potenza espressiva. Nel mio lavoro di regista, formatrice e coach, incontro sempre più spesso giovani che desiderano recitare, ma non hanno mai letto una riga di Shakespeare, non hanno mai visto le sue opere a teatro, non ne conoscono i personaggi. Non hanno mai attraversato la notte tragica di Macbeth, il dubbio lacerante di Amleto, la violenza cieca di Otello o l’amore impetuoso di Romeo e Giulietta. Addirittura, dicono che è pesante.
Eppure, Shakespeare è la scuola dell’attore. Le sue opere sono una palestra emotiva e tecnica dove si impara a stare sulla scena, a gestire il tempo, la voce, la complessità. I personaggi shakespeariani sono archetipi viventi, attraversati da una verità sempre attuale. Recitarli non è solo un esercizio, è un’esperienza trasformativa. Non è un caso se il suo teatro continua a parlare a ogni generazione: perché dentro c’è l’essere umano, in tutta la sua vertigine.
Anche il cinema si nutre di Shakespeare. Pensiamo al finale di Scarface: quella carneficina lucida, quella spirale di morte sono profondamente shakespeariane. Tony Montana è un Riccardo III moderno, divorato dalla sua stessa ambizione. E non è il solo. Il Re Leone riprende Amleto, Ran di Kurosawa reinterpreta Re Lear, e Throne of Blood, sempre di Kurosawa, è un’incredibile trasposizione di Macbeth in chiave giapponese. Il linguaggio shakespeariano è ovunque: nei conflitti, nelle psicologie, nei finali che non lasciano scampo.
Tra le tragedie di Shakespeare, Macbeth è quella che mi tocca di più. Un uomo attraversato dalla profezia, spinto da Lady Macbeth, divorato dal rimorso. Una parabola del potere, dell’ambizione sfrenata, della follia, dell’inquietudine. Ricordo l’esperienza immersiva di Sleep No More, dove lo spettatore si muove all’interno dell’opera, libero, disorientato, travolto. O le regie di Peter Brook, essenziali, potentissime. Macbeth è un viaggio nell’abisso, e affrontarlo come attore è un atto di coraggio.
Amleto è invece la vertigine del pensiero. Il principe che riflette, che indaga, che rinvia. Ogni parola è un solco nella coscienza. Tra le regie che ho amato, cito l’Amleto di Antonio Latella: colto, visionario, disturbante. E poi c’è Hamletmachine di Heiner Müller, un’opera che destruttura il mito, ne fa un dispositivo feroce, contemporaneo, disturbante. Uno dei testi che consiglio spesso agli attori più maturi, perché ti insegna che Shakespeare non è solo da recitare: è da reinventare.
E come dimenticare Carmelo Bene e il suo spettacolo “Hommelette for Hamlet” (chiamato anche Omelette for Omelette), definito “operetta inqualificabile”? Non si tratta di una semplice rivisitazione di Amleto, ma di una distruzione semiotica del testo: Bene usa la scomposizione del linguaggio, dell’identità, del personaggio — trasformando l’eroe shakespeariano in un frammento, una supernova di voci e identità multiple .
In quella “omelette”, il corpo attoriale, il testo, la scena si sgretolano e ricompongono in un magma teatrale, un teatro che si fa parola, rumore, scarto, attraversamento
È impossibile parlare di Shakespeare attore, di Amleto in chiave moderna, senza passare da qui: perché Carmelo Bene ha dimostrato che solo rompendo un testo — come si rompe un uovo — può emergere il suo cuore pulsante, la sua verità più cruda.
Otello è il dramma della manipolazione, della gelosia, della parola che corrode. È una delle opere più difficili da affrontare, perché richiede una potenza fisica e una vulnerabilità emotiva assolute. È anche un testo sulla marginalità, sullo sguardo dell’altro, sul pregiudizio. Modernissimo.
Otello è una tragedia che brucia. Brucia d’amore, di desiderio, di ingenuità, di violenza, di parole sbagliate. È forse il testo più crudele di Shakespeare, perché non ci si salva. Non si salva Otello, non si salva Desdemona, e non si salva neppure lo spettatore.
Otello è un eroe romantico, coraggioso, un uomo che ha conquistato tutto: guerra, fama, rispetto. Ma resta, nel profondo, uno straniero. Uno che viene da fuori. E questo “fuori” è la crepa su cui Iago costruisce la sua opera di distruzione. Con la parola. Non la spada. Non l’inganno teatrale. Solo parole. Sussurrate, insinuate, costruite come trappole perfette.
E allora accade: l’amore più puro si trasforma in sospetto. La fiducia si trasfigura in ossessione. E l’uomo che adorava Desdemona con tutto se stesso finisce per ucciderla, non per odio, ma per paura. Perché le parole di Iago gli hanno cambiato il mondo.
Otello è una tragedia sull’ascolto, sulla manipolazione, sull’identità che si spezza quando l’altro ci mostra uno specchio deformato. È un’opera che parla del linguaggio come veleno. Che ci mostra come si può arrivare alla distruzione senza una prova, senza un fatto, solo con una parola sbagliata detta nel momento giusto.
E poi c’è il corpo. Perché Otello è un testo fisico, sensuale, carnale. È un’opera che vive nella pelle, nella voce, nella stretta della gola. Un attore che affronta Otello deve accettare di sporcarsi, di soffrire, di tremare. Perché in quella gelosia c’è qualcosa di archetipico, di bestiale, di umano e mostruoso insieme.
E quando tutto si consuma, quando Desdemona è morta e la verità viene a galla, Otello non ha più parole. Solo la lama. Solo il silenzio.
Una delle morti più devastanti del teatro occidentale.
E poi c’è Romeo e Giulietta. Come non citare l’eleganza struggente del film di Franco Zeffirelli, con la sua luce italiana e quella grazia visiva senza tempo? E come dimenticare Romeo + Juliet di Baz Luhrmann, con Leonardo DiCaprio e Claire Danes: un film che ha avuto il coraggio di portare Shakespeare nel mondo contemporaneo, mantenendo il testo originale. Una sfida riuscita, visiva, potente.
“These violent delights have violent ends.”
(Romeo and Juliet, Atto II, Scena VI)
Un solo verso, e dentro c’è già tutta la tragedia.
Ma Shakespeare non è solo teatro. I sonetti di Shakespeare sono un patrimonio lirico di rara bellezza. Brevi, musicali, metafisici, parlano d’amore, tempo, morte, desiderio. Leggerli ad alta voce è un esercizio fondamentale per un attore: ti insegnano ritmo, voce, respiro, emozione.
“Shall I compare thee to a summer’s day?”
(Sonetto 18)
E poi le metafore di Shakespeare: potenti, simboliche, visive. Non sono decorazioni. Sono strumenti per accendere l’immaginazione. Imparare a recitarle è imparare a dare forma all’invisibile.
Essere attore non significa “esprimersi” o “emergere”, ma ascoltare, osservare, imparare dai grandi. E Shakespeare è uno dei più grandi. Per questo dico sempre: andate a teatro, guardate film veri, leggete i classici, parlate i versi, allenatevi alla profondità. Solo così si diventa attori veri. Solo così si diventa strumenti vivi di un’arte necessaria.
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