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Eros nella recitazione: cosa significa davvero
Maggio 4, 2026Il narcisismo negli attori e nei registi è uno dei rischi più sottili nel lavoro artistico tra teatro e cinema.
C’è una domanda che mi accompagna da molti anni e che, con il tempo, è diventata sempre più urgente. Riguarda il narcisismo degli attori. Ma riguarda anche il narcisismo dei registi.
Non è una questione che appartiene soltanto al teatro. La vedo accadere anche nel cinema e, più in generale, nel mondo dello spettacolo.
Fare questo mestiere significa esporsi continuamente allo sguardo degli altri.
Significa essere osservati, giudicati, riconosciuti. E questo inevitabilmente produce una relazione molto particolare con l’ego.
La domanda che mi pongo è semplice, ma tutt’altro che banale: avere un ego molto forte è una condizione inevitabile per fare questo lavoro? Oppure il narcisismo è una deriva che si produce quando perdiamo il senso profondo dell’arte?
Il confine tra ego artistico e narcisismo
Un attore non può essere completamente privo di ego.
Salire su un palcoscenico o davanti a una macchina da presa richiede coraggio, presenza, forza interiore. In questo senso un certo ego artistico è inevitabile.
L’ego, quando è sano, sostiene l’artista. Gli permette di esporsi e di assumersi la responsabilità della scena.
Ma tra ego creativo e narcisismo esiste una differenza molto precisa: l’ego creativo è al servizio dell’opera, mentre il narcisismo, invece, mette l’artista al centro.
Quando questo accade, il lavoro smette di essere un atto di ricerca e diventa un tentativo continuo di confermare la propria immagine.
E allora la recitazione non è più incontro. Diventa auto-rappresentazione.
Il narcisismo non riguarda solo gli attori
Spesso si parla del narcisismo degli attori, ma sarebbe ingenuo pensare che il problema riguardi soltanto loro.
Anche i registi possono cadere nello stesso meccanismo.
Quando accade, lo spettacolo o il film diventano una sorta di estensione dell’ego del regista. Gli attori, il testo, la scena — tutto viene piegato alla necessità di affermare una visione personale che non è più artistica, ma identitaria.
Una regia forte è una cosa preziosa. Ma una regia dominata dall’ego rischia di chiudere lo spazio creativo.
E quando questo succede, il processo artistico smette di essere vivo.
La lezione silenziosa dei danzatori
C’è però un ambito artistico che, almeno in parte, vive questa questione in modo diverso.
Quello della danza.
Penso in particolare ai danzatori di danza classica, che affrontano ogni giorno una disciplina fisica durissima.
Il loro lavoro è un confronto continuo con il corpo.
Con la fatica.
Con il limite.
Ore e ore alla sbarra, ripetizione dei movimenti, dolore, precisione estrema.
In questo senso la danza possiede qualcosa di ascetico.
Il corpo diventa uno strumento che deve essere continuamente educato, disciplinato, raffinato.
E questa pratica quotidiana produce spesso una relazione diversa con l’ego.
Il corpo, con la sua fatica, con la sua verità, impedisce molte illusioni.
La disciplina dell’attore
Anche nella recitazione esiste una tradizione che ha cercato di costruire una vera disciplina dell’attore.
Penso al lavoro di Konstantin Stanislavski, che ha introdotto l’idea che l’attore debba allenarsi, studiare, osservare se stesso con rigore.
In questa prospettiva l’attore non è una figura che cerca visibilità.
È qualcuno che lavora su di sé per diventare uno strumento sensibile dell’esperienza umana.
E questo richiede una qualità che oggi rischia di diventare rara: l’umiltà artistica.
La recitazione è un atto d’amore
Col tempo sono arrivata a una convinzione molto semplice.
La recitazione non è un atto solipsistico.
Non è un gesto narcisistico.
La recitazione è un atto d’amore.
Un attore non lavora per essere ammirato.
Lavora per creare un’esperienza.
Noi siamo — o dovremmo essere — dispensatori di emozioni, di bellezza, di catarsi.
Il pubblico non viene a teatro o al cinema per contemplare l’ego di qualcuno.
Viene per riconoscere qualcosa di sé.
Per attraversare una storia.
Per sentirsi vivo.
Per questo credo che il nostro mestiere richieda una qualità fondamentale: la responsabilità.
Responsabilità verso il pubblico.
Verso l’opera.
Verso la bellezza.
Come riconoscere il narcisismo nel lavoro artistico
Come coach mi capita spesso di osservare alcuni segnali molto chiari.
Il narcisismo artistico si manifesta quando:
- l’attore pensa continuamente a come appare, invece che a ciò che sta vivendo;
- l’attenzione è rivolta alla performance, non alla relazione;
- l’ascolto dei partner diminuisce;
- il lavoro diventa una continua richiesta di conferme.
In questi momenti l’attore smette di essere presente.
Diventa prigioniero della propria immagine.
Un esercizio per smascherare l’ego
Ecco un esercizio molto semplice che propongo spesso agli attori.
Durante una scena, prova a spostare completamente l’attenzione su chi hai davanti.
Non su di te.
Non su come stai recitando.
Non su come vieni percepito.
Solo sull’altro.
Ascolta davvero.
Guarda davvero.
Quando questo accade succede qualcosa di sorprendente: la scena diventa più viva.
Perché il teatro nasce dalla relazione, non dall’auto-rappresentazione.
Un secondo esercizio: il gesto di servizio
Un altro esercizio che trovo molto utile è questo.
Prima di entrare in scena, chiediti: a chi sto offrendo questo lavoro?
Al pubblico?
Alla storia?
Al personaggio?
Questo semplice spostamento cambia tutto.
Perché la recitazione smette di essere un gesto narcisistico e diventa un gesto di servizio artistico.
Il mestiere dell’attore richiede cura
Fare questo mestiere è un privilegio.
Ma è anche una grande responsabilità.
Lavoriamo con le emozioni.
Con le storie.
Con l’immaginazione delle persone.
Per questo credo che il nostro lavoro richieda cura, attenzione, disciplina e consapevolezza.
L’ego non deve scomparire.
Ma non può diventare il centro.
Il centro deve restare sempre un altro:
l’esperienza che l’arte rende possibile.
Perché quando questo accade, il teatro e il cinema tornano a essere ciò che dovrebbero sempre essere: luoghi di trasformazione.
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