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Girare il mio primo film è stato un atto di coraggio.
Un gesto necessario, un movimento interiore che non potevo più contenere.
Le tematiche di Nemesis mi stavano lavorando dentro da tempo, in silenzio, come qualcosa che preme per uscire. Poi, a un certo punto, è successo come un embolo che parte: non mi sono potuta fermare.
Non ho aspettato che qualcuno mi autorizzasse, non ho cercato garanzie. Mi sono buttata.
L’urgenza di creare
Venivo da un periodo di provini, di attese, di false partenze. Un sistema in cui spesso sembra che tutto sia già deciso, e tu resti lì, sospesa, a sperare.
A un certo punto ho sentito che non potevo più aspettare di essere scelta: dovevo scegliere me stessa.
Così è nato Nemesis: da una urgenza interiore che non ha chiesto il permesso a nessuno.
È stato un gesto di libertà e di fede.
Il corpo come linguaggio
Con Nemesis ho voluto esplorare un linguaggio in cui il corpo fosse protagonista.
Il corpo che parla, che racconta, che vive la contraddizione tra potere e fragilità.
Volevo un rapporto intimo tra la macchina da presa e il corpo dell’attore.
La cinepresa può fare qualcosa che il teatro non può: avvicinarsi fino alla pelle, cogliere il tremore, il respiro, l’impercettibile.
In questo film ho recitato anche io, e quell’esperienza è stata totale.
Ho chiesto al mio operatore di macchina di cercare la pelle, la materia viva, l’imperfezione.
Volevo un’immagine che non fosse mai neutra, ma che vibrasse, che respirasse con i corpi.
La libertà e il rischio
Autoprodurre un film è un atto di fede e di incoscienza insieme.
Non avevo finanziatori, non avevo strutture, solo un’urgenza fortissima e un desiderio di libertà.
È stato difficile, faticosissimo: trovare i mezzi, gestire i tempi, sopportare l’incertezza.
Ogni giorno di riprese era una conquista.
Ogni problema tecnico sembrava una montagna.
Ma in quella precarietà c’era una leggerezza nuova: la libertà di decidere, di rischiare, di sbagliare.
E di scoprire che si può fare arte anche senza chiedere il permesso.
La solitudine del regista
Fare il regista è anche imparare la solitudine.
Quando dirigi, le responsabilità sono tutte sulle tue spalle: artistiche, tecniche, umane.
Devi tenere tutto insieme — le persone, il ritmo, la visione — e farlo senza perdere l’anima del film.
Ci sono momenti in cui senti il peso di tutto.
Eppure, proprio lì capisci che la solitudine è parte della creazione.
È lo spazio in cui nasce la verità.
Imparare tutto, da zero
Girarе Nemesis è stato anche un percorso di apprendimento gigantesco.
Ho dovuto imparare sul campo: montaggio, color correction, sound design, gestione delle luci, tempi di ripresa.
Ogni giorno era un piccolo corso di sopravvivenza artistica.
A volte non sapevo come fare, ma lo facevo lo stesso.
E questo mi ha insegnato più di qualunque scuola.
Ho scoperto che la regia non è solo dirigere: è tenere viva una visione quando tutto intorno sembra franare.
Il rapporto con la troupe
Devo moltissimo al mio cast e alla mia troupe.
Gli attori si sono dati con una generosità commovente, affrontando un lavoro fisico, emotivo, profondo.
Senza di loro, Nemesis non avrebbe avuto la stessa verità.
Anche la troupe tecnica è stata incredibile: hanno sopportato la mia determinazione, la mia ansia di precisione, i miei silenzi.
Il rapporto con il mio operatore di macchina è stato particolarmente intenso — a volte anche conflittuale, come spesso accade quando due persone guardano lo stesso mondo da angolazioni diverse.
Ma da quel confronto è nato qualcosa di vero.
La macchina da presa è diventata un personaggio, un corpo vivo.
Il sogno di Venezia
Quando ho terminato il montaggio — che ho voluto fare io, fino all’ultima immagine — ho mandato il film al Festival di Venezia.
Non sono stata selezionata.
Ma la lettera che mi hanno mandato, la conservo incorniciata.
Non come consolazione, ma come simbolo di una soglia varcata: il mio primo film, fatto con le mie mani, era arrivato fin lì.
Poi Nemesis ha iniziato a viaggiare, e la sorpresa è arrivata da lontano: festival internazionali, premi, riconoscimenti.
All’estero il film è stato accolto con curiosità e rispetto.
In Italia, invece, ho sentito che lo spazio per le donne che non fanno “commedie leggere” è ancora stretto.
La fatica della distribuzione
E poi c’è la distribuzione.
Quando pensi di aver finito, in realtà comincia un’altra impresa.
Distribuire un film indipendente è un lavoro immenso, pieno di attese, di rifiuti, di burocrazia, di silenzi.
Lo sto ancora facendo, e ogni passo richiede pazienza e ostinazione.
Ma anche qui c’è una forma di amore: difendere la propria opera, continuare a farla vivere, a farla vedere.
Ogni proiezione è una piccola vittoria.
Cosa ho imparato
Da Nemesis ho imparato che il coraggio non è un atto unico, ma una pratica quotidiana.
Che la solitudine del regista non è isolamento, ma spazio di concentrazione e verità.
Che la libertà creativa costa, ma è l’unica cosa che ti restituisce interamente a te stessa.
Ho imparato che il corpo dell’attore è un universo, e che il cinema — quando si avvicina al corpo con rispetto e ascolto — può diventare preghiera.
E soprattutto ho imparato che non serve chiedere il permesso per creare.
Gratitudine
Oggi, guardando indietro, sento solo gratitudine.
Per la mia troupe, per gli attori, per chi mi ha creduto e anche per chi mi ha messo alla prova.
Per ogni ostacolo, ogni paura, ogni momento in cui ho pensato di mollare.
Nemesis mi ha cambiata. Mi ha insegnato a stare nel rischio, a non aspettare, a dire sì alla mia urgenza.
E se c’è qualcosa che posso dire a chi sogna di fare lo stesso passo, è questo:
non aspettate di sentirvi pronti.
Il coraggio arriva dopo.
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