
Il rapporto dell’attore con gli oggetti di scena
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Febbraio 9, 2026Attore o performer? Differenze, responsabilità e verità sulla scena
C’è una domanda che attraversa il teatro e la scena contemporanea da decenni e che oggi torna con forza, soprattutto nella formazione artistica e nella ricerca profonda: quale differenza tra attore e performer? E, di conseguenza, che differenza c’è tra uno spettacolo e una performance?
Non è una questione di etichette. È una questione di scelta, di corpo, di rischio e di responsabilità. Riguarda il modo in cui un artista decide di stare sulla scena e nel mondo.
Grotowski: l’attore sacro, il corpo offerto, l’origine della performance
Per comprendere davvero la figura del performer non si può che partire da Jerzy Grotowski. Non come riferimento storico, ma come atto fondativo.
La differenza tra attore sacro e attore prostituta non è una provocazione teorica: è una presa di posizione etica. L’attore prostituta utilizza il proprio talento per piacere, per adattarsi, per rispondere a una richiesta esterna. L’attore sacro, invece, non vende nulla. Si offre. Espone il proprio corpo, la propria fragilità, la propria verità.
Nel lavoro di Grotowski il teatro smette di essere rappresentazione e diventa rito laico, esperienza reale. In Apocalypsis cum Figuris l’attore non interpreta un personaggio, ma attraversa uno stato. Il corpo è portato al limite, consumato, svuotato, reso disponibile. Non c’è protezione estetica, non c’è distanza.
Qui nasce una postura che oggi riconosciamo come profondamente performativa: l’artista non “fa”, ma si lascia fare. Non mostra, ma si espone. Questa è una radice fondamentale della performance contemporanea.
Differenza tra attore e performer: scelta e responsabilità
L’attore lavora, nella maggior parte dei casi, all’interno di una struttura definita: un testo, una regia, una drammaturgia. Anche quando il linguaggio è sperimentale, l’attore entra in un sistema che lo contiene.
Il performer compie una scelta diversa. Decide di assumersi la responsabilità totale della propria presenza. Non arriva in scena con un prodotto finito, ma con una ricerca aperta. Non si rifugia in una forma rassicurante, ma accetta l’instabilità.
Questo non rende il performer superiore all’attore, ma certamente più esposto. Il performer rinuncia a molte protezioni e accetta il rischio di fallire, di non piacere, di disturbare.
Il corpo del performer: allenamento, rigore, durata
La performance non è improvvisazione casuale né gesto arbitrario. È una pratica durissima.
Il performer allena il corpo quotidianamente. Allena la voce. Allena la capacità di stare nel tempo, nella fatica, nella ripetizione. Lavora sulla durata, sulla resistenza, sulla trasformazione.
Il corpo del performer è un corpo reale: suda, trema, si stanca, invecchia. Proprio per questo produce senso. Non rappresenta: accade.
Jan Fabre: il performer come guerriero, la disciplina, la trasmissione
Parlare di Jan Fabre in poche righe significa inevitabilmente tradirne la complessità. Fabre non è solo un regista o un artista visivo: è un pensatore della performance, un autore che ha costruito nel tempo un sistema coerente di lavoro sul corpo, sulla resistenza e sulla responsabilità dell’interprete.
Quando definisce i suoi performer guerrieri della bellezza, non propone un’immagine aggressiva, ma una visione precisa: il guerriero è colui che si prende cura del proprio corpo e della propria presenza con costanza, dedizione, attenzione. La bellezza, in Fabre, non è ornamento, ma risultato di un lavoro profondo, quotidiano, consapevole.
Nei suoi spettacoli il corpo è chiamato alla durata, alla ripetizione, alla precisione. Il performer non è mai lasciato solo a se stesso: è sostenuto da una pratica rigorosa, da un allenamento continuo che permette di attraversare stati fisici ed emotivi complessi senza perdersi.
Opere come Mount Olympus – To Glorify the Cult of Tragedy o History of Tears mostrano chiaramente questa visione: il tempo si dilata, il corpo attraversa la fatica, la presenza si approfondisce. Non si tratta di esaurimento fine a se stesso, ma di un percorso di trasformazione.
Una parte fondamentale del lavoro di Fabre è dedicata alla formazione. Le sue teaching class, diffuse in tutta Europa, sono esperienze di trasmissione intensa e preziosa. Non sono dimostrazioni di potere, ma spazi di lavoro condiviso, in cui il performer è accompagnato a scoprire risorse che spesso non sapeva di avere.
Posso dirlo anche per esperienza diretta: ho partecipato a due teaching class di Jan Fabre, e sono state esperienze meravigliose, profonde, formative. Occasioni in cui il lavoro sul corpo, sulla presenza e sull’immaginario avviene in un clima di grande concentrazione e rispetto.
Fabre ha inoltre contribuito in modo significativo alla riflessione teorica sulla performance, attraverso scritti e testi che chiariscono una visione precisa: la libertà sulla scena nasce da una relazione profonda con il proprio corpo e con il proprio lavoro.
Marina Abramović: la performance come presenza, relazione, attraversamento
Il lavoro di Marina Abramović è uno dei vertici assoluti della performance contemporanea proprio perché elimina ogni forma di protezione tra l’artista, l’azione e lo spettatore.
The Artist Is Present non è una performance semplice, né concettuale nel senso riduttivo del termine. Per mesi, al MoMA di New York, Abramović rimane seduta immobile, in silenzio, per ore, ogni giorno. Davanti a lei, uno spettatore alla volta. Nessuna parola. Nessun gesto. Solo lo sguardo.
Quello che accade non è prevedibile. Alcune persone resistono pochi secondi, altre restano a lungo. Molti piangono. Alcuni non reggono l’intensità dell’incontro. La performance esiste esclusivamente in quella relazione diretta, non mediata, in cui il tempo si dilata e il corpo diventa campo emotivo.
Durante una delle giornate accade qualcosa di totalmente imprevisto: davanti a lei si siede Ulay, suo ex compagno artistico e sentimentale. La loro relazione era stata lunga, intensa, tormentata, e si era conclusa anni prima con una separazione dolorosa.
In quel momento la performance cambia statuto. Lo sguardo non è più solo incontro con uno spettatore, ma attraversamento di una storia condivisa, di un passato irrisolto. Abramović rompe l’immobilità solo con un gesto minimo: gli prende le mani. Il pubblico assiste a qualcosa che non è rappresentazione, ma vita che accade dentro una struttura performativa.
Questo episodio mostra con chiarezza cosa sia la performance: non controllo, ma esposizione. Non estetica, ma verità. L’artista accetta che l’imprevisto entri nell’opera e la trasformi.
In The Lovers – The Great Wall Walk, Abramović aveva già compiuto un gesto simile: trasformare la fine della relazione con Ulay in un atto performativo estremo. Camminare per mesi lungo la Grande Muraglia cinese, incontrarsi al centro e dirsi addio. Il corpo attraversa lo spazio e il tempo per rendere visibile una separazione reale.
In entrambi i casi, arte e vita coincidono. La performance non protegge, non sublima, non addolcisce. Espone.
Antonio Rezza: libertà, coerenza, umanità
Antonio Rezza è una figura fondamentale non solo per il suo lavoro artistico, ma anche per la sua coerenza umana.
Rezza ha costruito nel tempo una libertà autentica, rifiutando compromessi che avrebbero snaturato il suo lavoro. Questa libertà non è mai stata un gesto narcisistico, ma una scelta di responsabilità. Una scelta che gli ha permesso di dire ciò che aveva da dire senza sottostare a un sistema che spesso soffoca la ricerca e il rigore.
Conosco Antonio Rezza personalmente, e posso dire che è una persona splendida, generosa, sempre pronta ad aiutare altri artisti e colleghi che cercano di lavorare con serietà, profondità e onestà. Non c’è cinismo in lui, ma una grande attenzione verso chi tenta di non piegarsi a meccanismi sterili.
I suoi spettacoli coinvolgono il pubblico in esperienze lunghe, intense, a volte destabilizzanti, ma mai gratuite. Il corpo, la voce, il linguaggio diventano strumenti di una ricerca che non cerca consenso, ma verità.
In Rezza la performance non è opposizione sterile al sistema, ma costruzione paziente di uno spazio altro, possibile. Uno spazio in cui la libertà non è urlata, ma praticata.
Performance e spettatore: uno scambio reale
Nella performance il pubblico non è passivo. È chiamato a stare, a resistere, a reagire.
Quando lo scambio avviene, qualcosa cambia per entrambi. La performance lascia una traccia, un segno che non si consuma immediatamente.
La mia posizione: formazione, performance, verità
Mi sento profondamente vicina alla performance come pratica di verità.
Nella formazione che conduco non cerco interpreti adattabili, ma persone che trovino la propria necessità. Nei miei percorsi lavoro su azioni performative, su strutture aperte, su un incontro reale con il pubblico.
In una performance deve succedere qualcosa. Altrimenti non ha senso.
Capire la differenza tra attore e performer, tra spettacolo e performance, significa scegliere che tipo di responsabilità assumere.
Il performer non è un attore che non sa recitare. È qualcuno che accetta di esporsi, di rischiare, di stare nel corpo e nel tempo senza protezioni.
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